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La Stria di Gigi Simeoni: non chiamatelo fumetto. Cinema, narrazione e uno stile distintivo per una “realtà aumentata”

lunedì, 20 giugno 2011

Il 9 giugno è uscito nelle edicole di tutta Italia il nuovo romanzo a fumetti di Gigi Simeoni, “Stria”, edito da Sergio Bonelli Editore. 
La graphic novel arriva a quasi quattro anni di distanza dalla precedente opera “Gli occhi e il buio”.
“Stria”, nel dialetto delle valli lombarde dove è ambientato, significa “strega”: un titolo ideale per una vicenda cupa, scandita per oltre trecento tavole da un tratto in bianco e nero netto e graffiante.

Il libro è un omaggio all’infanzia senza scadere nella deformazione positiva che ne fa il ricordo, quella rivalutazione postuma che omette il lato oscuro di qualsiasi bambino.

“Gli occhi e il buio”: il primo romanzo a fumetti di Gigi Simeoni

lunedì, 20 giugno 2011

Luigi Simeoni è un componente dello storico gruppo dell’argentino Ector Rubèn Sosa che negli anni Ottanta formò a Brescia molti talenti del fumetto italiano. È stato autore  di personaggi propri per le serie Zio Tibia, Cattivik e Nick Carter, e oggi è una punta di diamante della Bonnelli Editore per Nathan Never e Maxi Gregory Hunter, tra gli altri.

“Gli occhi e il buio” è il suo primo “romanzo a fumetti”: definizione ben visibile in copertina, anche considerando il lavoro di ricerca storica e documentazione che ha impegnato Simeoni per alcuni anni. Sarebbe infatti errato definirlo solo fumetto, meglio graphic novel dopo il recente sdoganamento americano e cinematografico di Frank Miller.

Il professore di storia della lingua italiana

venerdì, 1 aprile 2011

Un uomo, accusato di essere un ladro, era rinchiuso e sorvegliato da un drago.
Per liberarlo la moglie chiese ad un sarto di travestirla da re, ma venne scoperta.

Arrivò un professore di storia della lingua italiana: disse che poteva addormentare il drago con una pozione che custodiva in un particolare recipiente.

Qual era questo recipiente?

How are you? Lovely! Viaggio nella cortesia americana

giovedì, 23 dicembre 2010

In America stupisce la grande carica umana ed emotiva che viene dalle persone, anche se non si capisce fino a che punto sia spontanea o piuttosto il risultato di corsi e lezioni che vengono dispensati a chiunque deve fornire un servizio, vendere qualcosa, entrare in contatto con gli altri.

Sbaglia chi fraintende la disponibilità del personale di ristoranti e alberghi che a volte suona come un tentativo di seduzione, perché è la conseguenza di corsi di formazione, filosofie aziendali scandite dalle targhe appese sulle pareti dove vengono incisi slogan e obiettivi. Grandi tabelloni stilano la classifica mensile dei migliori camerieri (che poi hanno un parcheggio riservato fuori dal ristorante), display di metallo – tipo quelli che riassumono la gerarchia dell’equipaggio sulle navi – mostrano l’organigramma con relative fotografie dei manager sorridenti. Ciò che conta è il servizio al consumatore che può sempre lamentarsi o criticare se non riceve un adeguato trattamento, pratica sconosciuta in Italia dove i reclami sono purtroppo un esercizio frustrante e la rassegnazione fatalistica un adattamento ambientale.

L’America dentro la palla di vetro

giovedì, 23 dicembre 2010

C’è un’America metafisica: nei quadri di Hopper, nel silenzio mistico del Grand Canyon, alle pompe di benzina del deserto e intorno ai motel che spezzano una linea dell’orizzonte uguale e piatta per centinaia di miglia, nelle notti convesse dall’alto di un aeroplano, sotto la calotta di una luce opaca, quando la metropoli sfuocata dalla ragnatela dell’inquinamento sembra un immenso porto, e la periferia buia che la circonda un mare nero pronto ad inghiottirla.
Oppure ti passa sullo schermo dei finestrini di un’automobile che corre in vie larghe come autostrade, lungo argini di grattacieli lucidi e i lampi di magnesio delle vetrine.

L’aveva già vista De Chirico nel 1938, che infatti chiamò New York “ Ville de Vitrines”, colpito dalla totale assenza di intimità dei grandissimi acquari silenziosi di alberghi negozi ed appartamenti.

Consigli ai giovani precari

martedì, 21 dicembre 2010

Curriculum di una giovane laureata in Direzione Aziendale e Marketing Management. Voto finale 99/110. Specifica che predilige la “custoder satisfaction, la cluster analisys e la conjoint analisys”. Le faccio notare che si scrive “customer” e “analysis”, che chi opera nel marketing non può sbagliare questi termini anglosassoni. “Ha ragione”, mi risponde lei con un’e-mail, “Grazie per le correzzioni”.

In occasione di una fiera internazionale un’azienda cerca, tramite un’agenzia, una hostess che parli le lingue. Lo stand accoglie centinaia di stranieri, spesso anche per una pausa di degustazione perché la buona cucina italiana propizia le trattative di vendita. “Devo mettermi tacchi e minigonna?” chiede una candidata. “No, meglio vestiti comodi, c’è da muoversi spesso tra la cucina e i tavoli” risponde il responsabile in azienda dell’organizzazione dell’evento. La ragazza chiude la conversazione in fretta. Richiama l’agenzia e dice seccata che lei non ha studiato le lingue per fare la cameriera.

Non sono tragedie in due battute di Achille Campanile. Sono i colloqui quotidiani nel mercato del lavoro e forse bastano per capire come si sta muovendo. Resiste la cosiddetta “forza dei legami deboli”: buona parte trova un lavoro tramite un terzo che fa da garante tra chi cerca e chi offre. Non è una raccomandazione, piuttosto una mediazione: qualcuno garantisce ad entrambe le parti che faranno un’ottima scelta. Per un imprenditore, piccolo o grande che sia, le difficoltà a licenziare e il costo di un dipendente rendono la scelta cruciale. Per questo conforta avere un’indicazione da parte di una persona di fiducia.

In Germania è noch besser

mercoledì, 15 dicembre 2010

Alla stazione ferroviaria di Monaco chiedo una tazza di acqua calda. Ho portato da casa la bustina del mio tè preferito. Senza bustina il prezzo è ridotto. Accanto a me una ragazza, con accento turco, commenta indispettita che l’acqua calda dovrebbe essere gratuita. La informo che in Italia avremmo pagato comunque il prezzo pieno e aggiungo: “hier es ist besser”, “qui è meglio”. Ma lei ribatte che in Turchia l’acqua calda è gratuita. “Noch besser” rispondo, “ancora meglio”. C’è un mondo fuori dall’Italia che demolisce i nostri pregiudizi, soprattutto offre servizi migliori e corre verso un futuro che noi nemmeno immaginiamo. Da giorni si discute e contesta la riforma universitaria italiana. Sono stati tagliati 1,35 miliardi di euro di fondi pubblici all’università. Da qui al 2016 la Germania ha assegnato oltre 13 miliardi di euro all’istruzione e alla ricerca. A più riprese, dopo che gli studenti tedeschi avevano ottenuto risultati disastrosi nel “Programma di valutazione internazionale dell’allievo” (il Pisa), Angela Merkel ha convocato i länder, le regioni titolari dell’istruzione, per migliorare la formazione con piani mirati e soprattutto verifiche periodiche. Rossella è una ragazza bresciana che studia diritto internazionale a Trento. Ha scelto di iscriversi al programma Erasmus e frequenterà per sei mesi l’università di Trier. Trier? Sì, la città più antica della Germania, poco conosciuta ma organizzata in modo ideale per gli studenti. L’università è vicina al centro, servita da due linee di autobus che non sono mai in ritardo, nel suo campus si trovano tutte le facoltà, due mense e due caffetterie aperte fino a tardi: è facile incontrare un professore in coda con il vassoio in mano, e commentare il dessert del giorno ‘schwarzwälder Kirschtorte’, la torta della foresta nera, oppure la sua ultima lezione. Vicino al campus ci sono sei ‘Studentenwohnheim’, alloggi per studenti, che accolgono ognuno 500 persone in camere singole con bagno e cucina. Agli alloggi si accede attraverso bandi, ma gli studenti Erasmus hanno la precedenza e non pagano il canone mensile di 250 euro. L’importo delle tasse universitarie è a discrezione dei singoli länder. Nella regione Rheinland-Pfalz, dove si trova Trier, non si pagano. Gli studenti versano solo 270 euro all’inizio di ogni semestre e ricevono una carta, la Tunika (Trier Universitäts Karte), per viaggiare gratuitamente in città con l’autobus e in tutta la regione con il treno, per frequentare gratuitamente la palestra, nonché ricevere sconti e ingressi gratuiti al cinema, al museo e al teatro. All’estero è meglio, in Germania ancora meglio.

Bathroom e toilet non sono la stessa cosa

mercoledì, 8 dicembre 2010

Curriculum di un ingegnere neolaureato. Inglese: scolastico. Basta questa parolina per demolire una potenziale assunzione. Si parla tanto di globalizzazione, internazionalizzazione, di inglese lingua universale, ma poi, quando si tratta di approfondire davvero le lingue, gli studenti sono pigri o superficiali. Eppure hanno molto tempo libero; eppure oggi si può volare nelle principali capitali europee con qualche spicciolo, e trovare opportunità di soggiorno tanto infinite quanto economiche; eppure ci sono decine di possibilità per imparare e perfezionare le lingue straniere. Da adolescente prendevo le canzoni americane e inglesi che più mi piacevano e poi le traducevo in italiano. Capivo cosa dicevano davvero e intanto imparavo le frasi idiomatiche, lo slang. Oggi guardo i film inglesi dove si parla l’inglese della strada: ad esempio quelli di Guy Ritchie (Lock stock and two smoking barrels, Snatch, Rocknrolla), oppure Layer Cake (“The pusher” in italiano), “The damned United”, in lingua originale ma con i sottotitoli in inglese, così leggo quello che dicono, capisco meglio e soprattutto mi tengo allenato. A 16 anni sono andato in Inghilterra per un lungo soggiorno studio. Un trauma per me che ero ancora un bambino. Poi ci sono tornato a vent’anni per quasi due mesi. Sono state esperienze fondamentali. Anche solo il confronto con altre culture e società, che oltralpe sono molto migliori della nostra, è formativo.

Le migliori aziende bresciane sono già internazionali, se sono eccellenti hanno sicuramente una notevole quota di export. L’inglese per loro è dato per scontato, ma non come lo parla Diego Abatantuono nei suoi film. Quello è appunto il livello “scolastico”. Crediamo tutti di conoscere l’inglese, perché è la lingua del web, è la lingua universale delle vacanze. Ma parlare bene l’inglese significa scrivere lettere, rispondere alle e-mail, capire una conversazione al pub tra due madrelingua. Essere ingegnere e conoscere bene due lingue garantisce un’assunzione al 100%. Anzi, ci si può permettere il lusso di scegliere l’azienda dove lavorare. Al Centro San Clemente di Brescia organizzano corsi per tutte le lingue a costi contenuti. Si può leggere l’ottimo periodico English 24, oppure l’inserto del New York Times nel lunedì de la Repubblica. Meglio porsi un obiettivo, ad esempio un esame da dare privatamente: aumenta la motivazione, dà una ragione ai propri studi. A Verona si può sostenere il Proficiency o il First Certificate come privatisti. Nella pagina web in lingua italiana dell’Università di Cambridge, http://www.cambridgeesol.it/esami/cpe/index.php, ci sono tutti i dettagli. Per non fare la fine di quella ragazza di Milano che, dopo un lungo viaggio per raggiungere in Inghilterra la famiglia che doveva ospitarla, scappandole la pipì da tempo appena entrata in casa chiede con urgenza alla landlady: “Can I go to the bathroom?”. Certamente. Peccato che il “bathroom” in Inghilterra non sia la “toilet” e che una volta entrata la ragazza non trovi un water ma solo lavandino e vasca. Ormai però non resiste più, non farebbe nemmeno in tempo a spogliarsi e a mettersi in vasca. Si abbassa i pantaloni, si issa sul lavandino, ma il peso lo sradica e lei rovina a terra. Da fuori sentono i tonfi. Sfondano la porta e la trovano in una pozza di acqua, sangue e urina.

Pubblicato sul numero 57 della rivista universitaria Fantafobal