Archivi per la categoria ‘Economia’

L’eclissi degli Stati Uniti d’America

mercoledì, 9 novembre 2011

Spesso abbiamo un’idea distorta degli Stati Uniti, soprattutto se ci fermiamo a New York, Chicago e San Francisco. C’è un’America periferica che soffre, ad esempio negli stati del Sud dove le case di legno fatiscenti,  i vestiti logori di chi fa acquisti al Wal-Mart locale, la scarsa qualità delle merci in vendita, dà un’impressione di desolazione compensata solo dalla natura rigogliosa e dagli spazi immensi del paesaggio (l’autunno che cambia il colore delle foglie arriva più tardi in Arkansas e Alabama, ma è uno spettacolo pari a quello del New England, negli stati del nord est).
In America la spesa media per un anno di università è di 8.244 dollari, 8,3% più dello scorso anno. Gli aiuti per gli studenti (crediti d’imposta e deduzioni) sono diminuiti del 23% nell’ultimo decennio: anche qui i bilanci dei singoli stati si chiudono tagliando i fondi ai cittadini. Obama ha promesso un piano che consolidi il debito per pagare l’università e riduca il relativo tasso di interesse: per l’americano medio suona come una buona notizia. Nel paese dove i sogni più straordinari e impossibili possono realizzarsi, si sta forse peggio che in Italia. Il sociologo italiano Giuseppe de Rita titola il suo ultimo libro “L’eclissi della borghesia”, il quotidiano Usa Today titola in prima pagina la stessa cosa: “The fading middle class”. La classe media in America è determinata dai proprietari di case (il 66% della popolazione), e può andare da 20.699 a 99.981 dollari di reddito lordo annuo pro capite: una forbice ampia che in realtà esclude una buona fetta di persone dalla classe media e la include piuttosto tra i cosiddetti “poveri”, quelli che, titola sempre Usa Today, “are barely getting by”, ce la fanno a malapena.

Leggendo Die Zeit sul volo Verona-Monaco di Baviera

lunedì, 26 settembre 2011

Sul volo Verona-Monaco di Baviera si possono avere i quotidiani in omaggio. Ne prendo uno italiano e uno tedesco. Sfoglio il primo: Air France abbandona Malpensa, l’aeroporto che non è mai diventato un hub. Lo stabilimento dove si producono gli autobus urbani italiani Irisbus annuncia che chiuderà le proprie attività. Nonostante il portafoglio ordini e un know how strategico, Ansaldo Sts e Breda stanno per essere vendute a General Electric. La Gazzetta dello sport è il quotidiano in assoluto più letto in Italia. Nelle pagine degli annunci di lavoro noto che il 90% delle inserzioni riguarda venditori, seppur si utilizzino varie denominazioni: agenti, responsabili punto vendita, consiglieri commerciali, addetti vendita, rivenditori, junior account.
Apro Die Zeit, il settimanale con più di cento pagine stampate sulla carta tipica dei quotidiani e in un formato anomalo extra large. È diviso in vari inserti: Wirtschaft (economia), Wissen (sapere), Kultur (cultura), Reisen (viaggi), Feuilleton (costume), Chancen (occasioni, prospettive), compreso un dorso patinato chiamato Zeit Magazin.

Il Diecasting Day per risvegliare l’orgoglio del Made in Brescia

mercoledì, 21 settembre 2011

Dieci anni fa il settore della pressocolata a Brescia aveva grandi numeri e aziende, ma pochi in Italia e nel mondo percepivano realmente il distretto, l’importanza della città e del suo ricco tessuto industriale specializzato.

Oggi quelle aziende ci sono ancora, anzi sono aumentate, di numero e di livello, ma hanno il vantaggio di essere maggiormente conosciute, di essersi accreditate anche a livello di immagine, di “brand awarness” e di “posizionamento”, come direbbero gli esperti di marketing.

La svolta è stata una decisione che a quel tempo forse apparve circoscritta, e invece fu capace di generare un processo virtuoso: alla fine degli anni Novanta l’Università di Ingegneria fondò un laboratorio di pressocolata nonché un nuovo corso di laurea in ingegneria dei materiali. Le aziende locali risposero all’appello mettendo a disposizione due macchine, e progressivamente il riscontro fu sempre più ampio.

Le nuove sfide degli artigiani

domenica, 28 agosto 2011

L’industria contemporanea sta attraversando una serie di trasformazioni che l’hanno costretta a rinnovamenti, ridimensionamenti, diversificazioni, fino al trasloco di unità produttive o addirittura la loro chiusura. La pressione è notevole e costringe gli imprenditori a cambiare i metodi organizzativi, certamente a molti adattamenti quotidiani. All’interno di una catena della fornitura, la supply chain, più breve, oppure che cambia radicalmente, se vogliono mantenere la loro posizione anche i fornitori sono chiamati a garantire servizi sempre più articolati e flessibili, ad adattarsi al mutare continuo degli scenari.
Gli artigiani che riforniscono le aziende diventano micro aziende, imparano ad ampliare i loro orizzonti, a dotarsi di strumenti tecnologici avanzati. Migliorano la loro professionalità, sono attenti all’ambiente e cercano di prevedere piuttosto che inseguire, sono più sensibili alla formazione. Offrono un servizio per i loro clienti molto rigoroso, e collaborano per evitare in futuro eventuali errori o ritardi.
Lo stesso però non si può dire degli artigiani che sono rivolti al settore delle utenze private, delle famiglie, dei singoli. In questo contesto è molto più facile verificare ritardi, approssimazione, incuria, a volte anche comportamenti scorretti. Alzi la mano chi ha avuto esperienze negative nei lavori ricorrenti di riparazione, ristrutturazione e manutenzione.
Nel frattempo, per fortuna, gli utenti si stanno sensibilizzando, magari perché sono a loro volta inseriti in aziende, oppure perché dispongono di una maggiore quantità di informazioni (grazie alle nuove tecnologie). O ancora perché cresce la preparazione individuale, si fanno valutazioni più approfondite e si cercano alternative, senza dimenticare che si è molto più attenti ai risultati ed ai loro relativi costi.

Freakonomics: il calcolo dell’incalcolabile

mercoledì, 24 agosto 2011

In Italia abbiamo coniato espressioni ricercate quali “perdita del potere d’acquisto dei salari” e “precariato”, dove l’ingegno è riservato solo alla retorica ed al linguaggio piuttosto che alla ricerca di una spiegazione concreta e verificabile.

C’è un collegamento tra la legge sull’aborto e la criminalità? Tra i lottatori di sumo e gli insegnanti delle scuole elementari? Perché gli spacciatori vivono ancora con la mamma? Il nome di battesimo può determinare un destino? Sono alcune delle domande spiazzanti e provocatorie che si pone Steven Levitt, premiato come il più brillante economista americano sotto i quarant’anni, in un libro che è già ironico e dissacratorio nel titolo: “Freakonomics” letteralmente economia bizzarra, da baraccone.

Going digital piuttosto che going postal

martedì, 23 agosto 2011

Ancora una volta avevano ragione alcuni senior quando, qualche anno fa, esprimevano dubbi e perplessità sullo stravolgimento dei valori, mentre con euforia si sollecitava a quantificare gli “immateriali”, a mettere a bilancio la “brand equity”, a compilare business plan basati sugli elenchi telefonici perché chiunque era un potenziale, e presto reale, cliente dei nuovi prodotti internet.

Dopo l’eccitazione della new economy si torna a parlare di aziende manifatturiere, reali e non virtuali, basate su solidi mezzi propri, produttrici di beni durevoli, da lodare se sapranno dare un reddito ragionevole, cioè contenuto, tipico di qualsiasi attività, equiparabile a quello che può dare la coltivazione di un terreno agricolo, dopo le rese straordinarie ma ingannevoli di aziende spregiudicate sorrette da una finanza complice.

Anche la gloriosa Inghilterra, dopo aver abdicato all’egemonia manifatturiera in favore di servizi e finanza, torna a parlare di re-industrializzazione. Ad esempio si rende conto di quanto sia stato scellerato perdere la “motor industry”. Eppure erano riusciti a convincere anche i concorrenti giapponesi a scegliere quella nazione per i propri stabilimenti-ponte in Europa, offrendo una tradizione secolare e un attrezzato indotto di supporto. In un recente viaggio in quel paese un imprenditore che rifornisce l’automotive mi ha confessato con amarezza: “…ora che siamo una nazione low-cost, con la Sterlina svalutata e parificata all’Euro, non abbiamo più aziende che possano offrire qualcosa al resto del mondo”.

Giovani, disoccupati e neet. E se bastasse lavorare?

domenica, 14 agosto 2011

I media catturano i mutamenti sociali e le nuove definizioni. Lavorando nelle aziende se ne misurano gli effetti concreti. NEET è l’acronimo inglese di “Not in education, employment or training”: indica chi non cerca un impiego ma nemmeno studia, frequenta uno stage o un corso di formazione. Sembra siano tanti. Il fenomeno della disoccupazione e demotivazione giovanile non è sempre colpa degli altri o dello stato: anzi, le aziende percepiscono spesso che la nuova generazione non è in linea con i valori fondamentali. Il percorso di qualsiasi carriera professionale è lungo e difficile: laurea in tempi brevi e con voti alti, studio parallelo delle lingue e di materie diverse dal piano di studi principale (torneranno utili nella complessità di una vita professionale che richiede tante competenze e approcci). E naturalmente disponibilità a varie esperienze di lavoro, anche le più umili. L’Ocse  suggerisce di evitare le bocciature perché rafforzano le disuguaglianze e pesano sui bilanci. La pubblicità declama che “i privilegi non bastano mai”, che “il lusso è un diritto”. Infatti il tesoretto delle vecchie generazioni garantisce eccezioni e vantaggi.
Il sociologo Aldo Bonomi sostiene che molte famiglie sono in difficoltà perché spendono una media di 300 euro al mese per mantenere telefonino, motorino e spese personali dei figli. E così i giovani sono divisi tra la vita virtuale e quella vera. Un’azienda cerca un grafico per un paio di mesi.

Chiude l’ICE e l’export italiano cala

mercoledì, 10 agosto 2011

In questi giorni molte aziende hanno ricevuto un comunicato stampa “necrologio” che annunciava la chiusura dell’ICE: l’Istituto per il Commercio con l’Estero. Nelle scorse settimane ICE aveva chiesto alle aziende di spedire una lettera al ministro per evitare la chiusura stabilita dal decreto legge n. 98, uno dei tanti inclusi nella recente manovra del ministro Tremonti. “Vergogna!” scrivono a caratteri cubitali i dipendenti, “ancora in lutto”, dell’ICE: “perché questo governo è stato capace di chiudere l’unico ente pubblico nazionale in grado di offrire un sostegno concreto alle aziende impegnate nell’internazionalizzazione”. In effetti anni fa il direttore dell’Ice locale faceva capolino più che altro durante le fiere nelle varie capitali del mondo, per salutare gli espositori italiani e invitarli alla cena serale con l’ambasciatore.
Poi molto è cambiato: missioni commerciali, incontri mirati, spazi collettivi nelle fiere, convegni, indagini di mercato, supporto in loco.  Negli ultimi quindici anni le aziende italiane hanno trovato nell’ICE un aiuto concreto. Soprattutto la formula dello “spazio collettivo Italia”, anche insieme ad Ucimu, Amafond e le varie associazioni di categoria, permetteva di ottenere tariffe convenzionate e un’area dove distinguersi tra le numerose aziende espositrici di una fiera. L’ICE opzionava un’area con l’ente fieristico a un costo inferiore, offrendo formule tutto incluso, compreso l’allestimento e i vari servizi tecnici e organizzativi.